21.01.2002
Lager, la verità sul metodo italiano
di Costantino Di Sante
Nell'analizzare l'evoluzione dei sistemi
concentrazionari che nel corso di questo secolo si sono succeduti, emerge come
l'esperienza italiana, rimanga un fenomeno tuttora ignorato o rimosso dalla
memoria collettiva. Il ruolo e l'effettiva entità delle deportazioni di civili
e delle persecuzioni politiche e razziali attuate dall'Italia fascista prima
dell'occupazione tedesca sono state spesso minimizzate e sottovalutate. Gli
studi su questo tema, avviati solo da alcuni anni, hanno fatto emergere
l'esistenza di numerose strutture concentrazionarie, istituite in particolare
nell'Italia centro-meridionale, nelle zone d'occupazione e nelle colonie
africane prima dell'8 settembre 1943, funzionali all'attuazione di una
politica di repressione e d'isolamento di tutti quei soggetti ritenuti
pericolosi per il regime. La reale portata dell'internamento fascista, così
come avvenuto anche rispetto alle leggi razziali, è stata sminuita al cospetto
delle atrocità compiute dal regime nazista, e ciò ha costituito un alibi per
omettere di affrontare le reali responsabilità del fascismo. In quest'ottica,
le stesse colpe delle forze della Repubblica sociale, le quali sostennero e
fornirono aiuto materiale e logistico per le deportazioni nei lager, sono
state spesso ignorate. Dovuta a ragioni differenti la rimozione delle violenze
compiute dalle truppe di occupazione italiane nei Balcani, rispetto alle
quali, nonostante le ripetute accuse del governo della ex Jugoslavia, la
successiva «guerra fredda» ha reso, per anni, pressoché impossibile un'attenta
ricostruzione ed analisi. Le deportazioni e l'internamento nelle colonie
africane hanno trovato, invece, proprio nel mito del «bravo italiano» il
principale ostacolo al raggiungimento di una veritiera e completa conoscenza
del nostro colonialismo.
Le numerose forme di persecuzione e di segregazione iniziano ad essere
conosciute ed indagate. Queste vennero attuate nei confronti degli oppositori
del regime e di tutte quelle categorie di individui, quali ebrei, zingari,
sudditi nemici, civili rastrellati e deportati dalle zone di occupazione e di
conquista italiane, ritenute «pericolose durante le contingenze belliche» e
per la politica razziale e di dominazione dei territori.
Da queste ricostruzioni, che mancano, tuttavia, di un'opera complessiva,
emerge come strumento fondamentale all'interno del sistema repressivo fascista
fu l'internamento nei campi di concentramento, misura, peraltro, funzionale a
favorire la politica di espansione territoriale del regime. Quest'istituto,
già previsto dalle convenzioni internazionali come forma di tutela per le
nazioni in guerra e di controllo dei sudditi nemici e di tutti quei soggetti
sospettati di poter compiere atti antinazionali durante il periodo bellico,
venne utilizzato impropriamente dal regime come strumento per colpire
oppositori politici e minoranze etniche e religiose. In particolare, nelle
zone occupate della Jugoslavia venne usato non solo per limitare la libertà
personale e per reprimere la resistenza partigiana, ma fu soprattutto alla
base del tentativo di snazionalizzazione dei territori, con la deportazione di
massa della popolazione civile.
L'intera organizzazione concentrazionaria venne strutturata e sviluppata a
partire dall'istituto del confino di polizia, e sulla base delle modalità di
pianificazione di questo. Seppure relativo ad un diverso contesto storico e
caratterizzato da una regolamentazione differente, la misura del confino
rappresentò, infatti, un precedente importante e fondamentale dal quale
partire nella costruzione del sistema dell'internamento. Di rilevanza non
secondaria a questo proposito risultarono, inoltre, i sistemi coercitivi
attuati nei periodi precedenti ed i diversi metodi di segregazione utilizzati
durante le conquiste africane. Le strutture di coercizione e le misure di
polizia previste dai governi nel periodo liberale rappresentarono importanti
precedenti che il fascismo fece propri, accentuandone la portata coercitiva.
Il confino rappresenta il mezzo più efficace messo in atto dal regime per
controllare e reprimere l'antifascismo. La sua applicazione, centrata
sostanzialmente sull'attività degli organi di polizia, e facilitata dalla
genericità delle norme, relative ad ambiti di fattispecie molto vasti,
dall'emarginazione sociale agli atti sovversivi, lo rendevano uno strumento
estremamente valido per intimidire e minacciare coloro che non si allineavano
nella costruzione dello stato totalitario.
Rispetto alla cruenta fase di repressione dell'opposizione politica messa in
atto dal regime nazista nei suoi primi anni di potere, con arresti di massa ed
eliminazioni fisiche, in Italia, anche in seguito ad un diverso quadro
politico ed istituzionale, il regime fascista attuò una forma meno eclatante
di isolamento degli avversari.
L'internamento coloniale trovò applicazione, seppur in momenti e con metodi
differenti, in tutti i domini d'oltremare e rappresentò per il fascismo,
insieme alla legislazione razziale che vi venne introdotta, un importante
terreno di sperimentazione di metodi e pratiche funzionali alla politica di
espansione e repressione del fascismo che, potenzialmente, potevano poi essere
riportate ed applicate nella penisola dove erano già state create colonie
penali agricole all'aperto per i lavori forzati (quali quelle di Cuguttu,
Mamone e Castiàdas in Sardegna, e dal 1939, la colonia di lavoro di Pisticci
in provincia di Matera).
Alla vigilia dell'inizio del conflitto mondiale, 1° settembre 1939, viene
previsto esplicitamente l'invio di italiani e stranieri in campi di
concentramento nella penisola. C'è da aggiungere che quest'ipotesi era già
stata prospettata rispetto ai "sospettati" in linea politica od ai
"pericolosi" in caso di guerra. Tra il 1933 ed il 1934, di fatto, l'Ispettore
Ercole Conti, che si occupava delle misure da adottare nei confronti dei
separatisti croati di Ante Pavelic, aveva svolto dei sopraluoghi,
prevalentemente nelle regioni centro-meridionali, per individuare luoghi
adatti ed edifici disponibili a tali scopi. Le segnalazioni di Conti, insieme
alle ulteriori indagini compiute dagli ispettori del Ministero dell'interno
nei mesi precedenti l'entrata in guerra, furono determinanti ai fini
dell'individuazione delle strutture adatte all'internamento di civili, le
quali iniziarono ad essere operative nel giugno del 1940. L'internamento nei
campi stava assumendo nell'ambito della politica di controllo e di repressione
attuata dal fascismo nel corso del conflitto. Il Cavaliere Eugenio Parrini,
che si era già occupato della costruzione del campo di Ferramonti di Tarsia
(Cosenza) venne incaricato dal Ministero dell'interno, nel 1942, di redigere
una relazione sullo stato dei campi di concentramento per civili. Questi
auspicava un'evoluzione notevole del ruolo e della funzione dei campi,
proponendone un'organizzazione scientifica e dettagliata, finalizzata non
solo, nell'immediato, a raggiungere una perfetta funzionalità ed autonomia
economica, strutturale ed amministrativa ma, in prospettiva, a divenire, alla
fine della guerra, un luogo dinamico ed altamente produttivo, sfruttando il
lavoro coatto degli internati che evidentemente non si prevedeva di liberare.
La disciplina dell'internamento già dal 1925 era stata predisposta nell'ambito
del piano generale per il periodo bellico, e troverà nelle leggi di guerra del
1938 la sua definitiva pianificazione. La successiva legge del 21 maggio 1940
rese operativo il piano e previde che la costruzione dei campi, il loro
funzionamento e la decisione sui soggetti da internare sarebbe spettata al
Ministero dell'interno. Nell'ambito della Direzione Generale di P.S. venne
creato l'Ufficio internati diviso in due sezioni, una per gli italiani e
l'altra per gli stranieri e per coloro che erano colpevoli o sospettati di
attività spionistica. Gli elenchi erano conservati presso il Casellario
politico centrale, e sulla base di questi si procedeva agli arresti. Le
categorie degli italiani da colpire erano già state individuate dalle
prefetture fin dal 1929: le persone pericolosissime, quelle pericolose perché
capaci di turbare il tranquillo svolgimento di cerimonie, le persone
pericolose in caso di turbamento dell'ordine pubblico, gli squilibrati
mentali, i pregiudicati pericolosi per delitti comuni. Ricalcando il metodo
utilizzato per il confino, l'internato, proprio in base alla sua pericolosità,
veniva inviato in uno dei numerosi "comuni d'internamento" od in uno dei 51
campi di concentramento, alcuni dei quali furono allestiti nelle stesse
colonie di confino presenti nella penisola prima dell'occupazione tedesca.
L'utilizzo dell'internamento ebbe un ruolo importante nella politica
antisemita condotta dal regime. Per la prima volta, il 25 settembre 1939, si
fa menzione dei "provvedimenti da adottare nei confronti di elementi ebraici".
A questa nota seguì quella del duce, del 26 maggio 1940, nella quale si
chiedeva di preparare campi di concentramento per gli ebrei in caso di guerra.
La decisione del 15 giugno 1940 di internare gli "ebrei stranieri appartenenti
a Stati che fanno politica razziale" fece sì che tutti gli ebrei stranieri
presenti nel territorio italiano potessero indiscriminatamente essere
arrestati. L'elemento "razza", quindi, era prevalente rispetto al reale
pericolo che gli ebrei potevano rappresentare per l'ordine pubblico.
L'internamento diventava di fatto un altro strumento di discriminazione
antisemita.
La successiva precettazione al lavoro preparava il terreno per la costituzione
dei campi di lavoro ai quali gli ebrei dovevano essere destinati. Solo la
caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, evitò il realizzarsi di tale
proposito. Ancora più drammatica fu la politica d'internamento condotta nei
territori occupati dei Balcani, la cui applicazione era gestita dal Ministero
della guerra e quindi era decisa dalle truppe d'occupazione. La rete dei campi
controllati e gestiti dall'esercito era dislocata sia nelle zone occupate che
sul territorio nazionale. Le indiscriminate deportazioni di massa di civili
s'inserivano in un quadro di violenze e prevaricazioni, in dispregio delle
convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra. Spesso, infatti, le
medesime strutture ospitavano sia civili che soldati; questi ultimi,
classificati come "internati", in molti casi non potettero godere delle
garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra. I campi gestiti dai militari
furono tra i più duri. Basti ricordare che il famigerato campo di Arbe, in
Croazia, nelle testimonianze dei sopravvissuti viene descritto come un campo
di "morte", e la gran parte della storiografia iugoslava lo ritiene più simile
ad un lager che non ad un semplice campo di concentramento, visto che la
mortalità per fame ed indigenza colpì più di 1.200 internati.
Con la costituzione della Repubblica sociale italiana, mentre il confino di
polizia non viene più utilizzato, continua l'applicazione delle misure di
internamento, che, di fatto, permettevano di raggiungere le medesime finalità
con tempi e procedure più rapidi. Con l'ordine di polizia n. 5 del 30 novembre
1943, in cui si decide l'allestimento dei campi di concentramento provinciali
per gli ebrei, si passa alla fase più estrema della struttura di repressione e
segregazione politica e razziale del fascismo, in seguito alla quale avrà
inizio la deportazione degli ebrei nei campi di sterminio nazisti. Tragici
simboli di questo drammatico percorso i campi cosiddetti "di transito" di
Fossoli di Carpi, Bolzano Gries, Borgo San Dalmazzo e l'unico campo di
sterminio allestito in Italia: la Risiera di San Sabba a Trieste.
Il ruolo svolto dall'intera attività di politica razziale, di discriminazione
e di isolamento messa in atto dal regime, sia prima che dopo l'inizio della
guerra, risulta rilevante ed a volte determinante nelle deportazioni nei lager
tedeschi. La cattura degli ebrei e dei resistenti politici fu certamente
favorita e facilitata dalle schedature effettuate dai vari apparati di
polizia. Particolarmente drammatica fu la sorte di quelli che già si trovavano
nei campi, soprattutto gli ebrei stranieri, che neppure il governo Badoglio
aveva provveduto a liberare, e che furono automaticamente consegnati ai
tedeschi. Anche dopo la Liberazione diversi campi di concentramento, in
particolare Fraschette d'Alatri, Ponza, Farfa Sabina ed Alberobello, vennero
riutilizzati per l'internamento degli «stranieri indesiderabili» e per
ospitare i numerosi profughi di guerra. Alcuni di questi luoghi continuarono
ad essere il simbolo della negazione della libertà fino agli inizi degli anni
sessanta.
Le varie esperienze segregazionarie sperimentate sia dall'Italia prefascista
che dallo stesso regime ebbero un'importanza non secondaria nell'evoluzione e
nel progressivo inasprimento dell'apparato repressivo. Il sistema dei campi di
concentramento, che trovò soprattutto nelle guerre la sua prioritaria
applicazione, spesso resiste anche oltre il periodo bellico. Di certo
l'organizzazione e l'applicazione dell'internamento fascista durante la
seconda guerra mondiale incontrò nelle difficoltà logistiche ed economiche,
nella mancanza di strutture adeguate, nell'improvvisazione, nella disastrosa
condotta bellica, nel suo insuccesso e nella caduta del regime le ragioni di
un mancato perfezionamento e di un approdo verso più drammatici scenari ed
obiettivi.
Queste scomode memorie impongono nuove riflessioni e maggiori approfondimenti.
Il sistema concentrazionario fascista, seppur non raggiunse il livello di
terrore ed annientamento nazista, non può continuare ad essere considerato
marginale rispetto alle politiche di conquista e di repressione attuate dal
regime e deve essere, anche rispetto a ciò che accadde dopo l'Armistizio,
analizzato nei termini di continuità e discontinuità in base a ciò che
precedentemente era stato pianificato. L'oblio, spesso volontario, di questa
parte di storia e la colpevole distruzione di molte delle strutture che la
simboleggiano, impone una maggiore presa di coscienza della nostro passato
attraverso una corretta trasmissione della memoria. Solo in questo modo si
potrà contribuire ad una più attenta conservazione di questi luoghi ed a
amntenere altoil monito contro ogni forma di prevaricazione dei diritti e
delle libertà personali,che questi continuano a testimoniare.
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