Afghanistan,
l'anno zero di una tragedia
In una vita spesa in giro per i luoghi del mondo in tumulto
non avevo mai visto niente di simile. Sembra uno scorcio di Dresda nel '45,
contornata da macerie anziché da strade, dove la gente vive in edifici
crollati come vittime di un terremoto in attesa dei soccorsi. Niente luce,
solo apocalittici fuochi che bruciano tutta la notte. Un grande cronista di
guerra per la prima volta a Kabul
JOHN PILGER
Alla conferenza del partito laburista dopo l'attacco dell'11
settembre, Tony Blair fece il memorabile annuncio: «Al popolo afgano facciamo
una promessa: noi non ce ne andremo...se ci sarà un cambiamento del regime dei
taleban, lavoreremo insieme a voi per garantire che il nuovo governo abbia la
più ampia base di appoggio possibile, unisca tutti i gruppi etnici e offra una
qualche via di uscita dalla povertà della vostra misera esistenza». Le sue
parole riecheggiavano quelle di Bush che alcuni giorni prima aveva detto: «Il
popolo afgano oppresso imparerà a conoscere la generosità dell'America e dei
suoi alleati. Mentre bombarderemo obiettivi militari, lanceremo anche cibo,
medicinali e altro per gli uomini, le donne e i bambini dell'Afganistan che
stanno soffrendo e morendo di fame. Gli Stati uniti sono amici del popolo
afgano». Quasi ogni parola detta era falsa. Le loro dichiarazioni di impegno
erano crudeli illusioni che servivano a spianare la strada per la conquista
sia dell'Afganistan che dell'Iraq. Mentre si chiarisce la natura illegale
dall'occupazione angloamericana dell'Iraq, il disastro dimenticato dell'Afganistan,
la prima «vittoria» della «guerra al terrorismo», è forse un tributo al potere
ancora più scioccante.
Era la mia prima visita in Afganistan. In una vita spesa in giro per i luoghi
del mondo in tumulto non avevo mai visto niente di simile. Kabul è uno scorcio
di Dresda nel `45, contornata da macerie anziché da strade, dove la gente vive
in edifici crollati, come vittime di un terremoto in attesa dei soccorsi.
Niente luce né riscaldamento: solo apocalittici fuochi che bruciano tutta la
notte. Quasi non c'è muro in piedi che non mostri le ferite di tutte le
possibili armi da fuoco. Automobili giacciono rovesciate sulle rotatorie. I
pali elettrici che dovevano servire per una moderna flotta di tram sono
accartocciati come fogli di carta; gli autobus, accavallati uno sull'altro,
ricordano le piramidi di macchine erette dai Khmer rossi per celebrare l'Anno
zero (del loro regime ?).
C'è una sensazione da Anno zero in Afganistan. I miei passi risuonano in
quello che fu un tempo il grandioso Dilkusha palace, costruito nel 1910 su
progetto di un architetto inglese, celebrato per gli scaloni circolari, le
colonne corinzie e gli affreschi su pietra di biplani. Ora è una carcassa
tenebrosa da cui emergono come fantasmi bambini esili come giunchi, offrendo
cartoline ingiallite dell'albergo com'era trent'anni fa, un pretenzioso
edificio in fondo a un viale che avrebbe potuto essere una replica del Mall
londinese, addobbato di bandiere ed alberi. Sotto la curva dello scalone
c'erano il sangue e i brandelli di carne di due persone saltate in aria per
una bomba il giorno prima. Chi erano? Chi aveva messo la bomba? In un paese in
balia dei signori della guerra, molti dei quali conniventi con il terrorismo,
la domanda è surreale.
Poco lontano, uomini con tute blu avanzano rigidi in fila indiana: sono
sminatori. Qui le mine sono comuni come i rifiuti e si calcola che uccidano o
mutilino una persona ogni ora, tutti i giorni. Di fronte a quello che era il
cinema principale di Kabul e che ora è uno scheletro art deco, c'è una rotonda
piena di traffico con manifesti che avvertono che là intorno sono sparse bombe
«gialle e provenienti dagli Usa». I bambini ci giocano qui, rincorrendosi fra
le ombre: un adolescente li guarda, ha un troncone di gamba e gli manca metà
viso. Nelle campagne la gente confonde ancora i contenitori delle bombe a
grappolo con i pacchi gialli di generi di conforto lanciati dagli aerei
statunitensi quasi due anni fa durante la guerra, dopo che Bush aveva vietato
ai convogli di aiuti internazionali di entrare dal Pakistan.
Più di 10 miliardi di dollari sono stati spesi in Afganistan dal 7 ottobre
2001, in massima parte dagli Stati uniti e l'80% è servito a pagare il
bombardamento del paese e a foraggiare i signori della guerra, ex-mujahedin
auto-ribattezzatisi «Alleanza del nord». Gli americani hanno dato a ciascun
signore della guerra decine di migliaia di dollari in contanti e camion
carichi di armi. «Rifornivamo tutti i comandanti che potevamo», ha dichiarato
un agente della Cia al Wall Street Journal durante la guerra. In altre
parole, li pagavano perché smettessero di combattersi fra loro e combattessero
invece i taleban. Erano quegli stessi signori della guerra che, in lotta per
il controllo di Kabul dopo il ritiro dei sovietici nel 1989, hanno ridotto la
città in polvere uccidendo 50.000 civili. Grazie agli Stati uniti, il
controllo effettivo del paese è stato consegnato a molti degli stessi mafiosi
e ai loro eserciti privati che comandano con il terrore, l'estorsione e il
monopolio del commercio dell'oppio da cui proviene il 90% dell'eroina in
vendita per le strade inglesi. Il governo post-talebano è meramente di
facciata: non ha soldi e il suo mandato arriva a malapena alle porte di Kabul,
nonostante le pretese di democrazia quali le elezioni programmate per l'anno
prossimo. Omar Zakhilwal, funzionario del ministero degli affari rurali, mi ha
detto che al governo arriva meno del 20% degli aiuti all'Afganistan - «non
abbiamo neppure abbastanza denaro per gli stipendi, figuriamoci per la
ricostruzione», ha detto. Il presidente Harmid Karzai è un impiegato di
Washington che non si muove se non accompagnato dalla sua posse di
guardie del corpo delle forze speciali Usa.In una serie di rapporti
eccezionali, l'ultimo pubblicato in luglio, Human Rights Watch ha documentato
le atrocità «compiute da banditi e signori della guerra portati al potere
dagli Stati uniti e gli altri membri della coalizione dopo la caduta dei
talebani nel 2001», sostenendo che costoro tengono «fondamentalmente il paese
in ostaggio». Il rapporto denuncia l'esistenza di eserciti e truppe di polizia
agli ordini dei signori della guerra che rapiscono impunemente abitanti dei
villaggi tenendoli in prigioni non ufficiali in attesa del riscatto; denuncia
inoltre lo stupro diffuso di donne ragazze e ragazzi, estorsioni rapine e
omicidi arbitrari come pratiche di routine. Le scuole femminili vengono
bruciate. «Dato che un obiettivo dei soldati sono le donne e le ragazze»,
continua il rapporto, «molte non escono più di casa e non possono andare né a
scuola né a lavorare».A Herat, una città nell'ovest del paese, ad esempio, le
donne che guidano vengono arrestate, non possono viaggiare con uomini che non
siano loro parenti, neppure su un taxi se l'autista non è un loro parente. Se
sono arrestate vengono sottoposte ad un «test di castità» con spreco di
servizi medici preziosi ai quali, sostiene Haman Rights Watch, «le donne e le
ragazze non hanno quasi accesso, specialmente a Herat dove meno dell'1% delle
donne partorisce con assistenza professionale». Secondo l'Unicef il tasso di
mortalità delle madri durante il parto è il più alto del mondo. Herat è in
mano al signore della guerra Ismail Khan, pubblicamente approvato dal
segretario alla difesa Usa Rumsfeld «come persona accattivante....riflessiva,
misurata e sicura di sé».
«L'ultima volta che ci siamo visti in questo luogo», ha detto Bush nel suo
discorso sullo stato dell'unione dell'anno scorso «le madri e le figlie dell'Afganistan
erano prigioniere nelle loro case, impedite di andare al lavoro o a scuola.
Oggi le donne sono libere e fanno parte del nuovo governo del paese. E noi
diamo il benvenuto al nuovo ministro agli affari femminili la dottoressa Sima
Samar». Si alzò una donna minuta, di mezza età, con una sciarpa sul capo e
ricevette un'ovazione molto coreografica. Samar, un medico che nel periodo dei
talebani si rifiutò di negare assistenza alle donne, è un vero simbolo di
resistenza e l'appropriazione untuosa che ne ha fatto Bush ha avuto vita
breve: in dicembre del 2001 Samar partecipò a Bonn alla «conferenza di pace»
sponsorizzata dagli Stati uniti dove Karzai fu installato come presidente e
tre dei più brutali signori della guerra come vicepresidenti.
Non era ancora svanito l'eco dell'applauso che Samar fu infamata con la falsa
accusa di blasfemia e costretta a ritirarsi. I signori della guerra che
differiscono dai talebani solo per diversa appartenenza tribale e ortodossia
religiosa, non potevano ammettere il benché minimo gesto di emancipazione
femminile. Oggi Samar vive nel timore costante per la propria vita, ha due
terribili guardie del corpo con armi automatiche, una davanti la porta
dell'ufficio e l'altra al cancello esterno e si sposta su un van con i vetri
oscurati. «Non ho mai avuto una vita sicura negli ultimi 23 anni», mi ha
detto, «ma non ho dovuto mai nascondermi o girare con scorta armata come sono
obbligata a fare ora.....Certo, è stata abolita la legge scritta che vietava
alle donne di andare a scuola e al lavoro e imponeva loro le regole del
vestirsi, ma la realtà è che neppure sotto i taleban c'era la stessa pressione
nei confronti delle donne che c'è ora nelle aree rurali».
Forse l'apartheid nei confronti delle donne è stata abolita legalmente ma per
il 90% di loro queste «riforme» non sono altro che tecnicismi. Il burqa è
diffuso ancora ovunque. Come dice Samar, la condizione delle donne nelle
campagne è spesso più disperata ora di prima perché gli ultra-puritani
talebani avevano la mano molto pesante con gli stupri, gli omicidi e il
banditismo. A differenza di oggi, si poteva viaggiare sicuri in gran parte del
paese.
In una fabbrica di scarpe bombardata nella parte ovest di Kabul ho visto la
popolazione di due villaggi ammassata e esposta sui pavimenti dei vari piani,
senza luce e con un unico rubinetto sgocciolante. Bambini piccoli accovacciati
attorno a fuochi accesi in terra vicino a parapetti mezzo sbriciolati. Il
giorno del mio arrivo un bambino è caduto ferendosi gravemente. Pane bagnato
nel tè è il loro pasto. Hanno nei loro occhi chiari da civetta lo sguardo
terrorizzato del rifugiato. Sono fuggiti lì, mi dicono, perché i signori della
guerra li derubano costantemente e rapiscono le loro mogli figlie e figli che
violentano e restituiscono poi dietro pagamento del riscatto.«Sotto i talebani
era come vivere in una tomba ma eravamo sicuri», mi ha detto una militante,
Marina, «alcuni dicono che erano persino meglio loro, a dimostrazione di
quanto sia disperata la situazione oggi.
Le leggi possono anche essere cambiate ma le donne non osano uscire di casa
senza burqa, che indossiamo anche per proteggerci». Marina è una dirigente
dell'Associazione rivoluzionaria delle donne afgane (Rawa), un'organizzazione
eroica che ha tentato per anni di sensibilizzare il resto del mondo sulle
sofferenze delle afgane. Le donne di Rawa viaggiavano segretamente per tutto
il paese con macchine da presa nascoste sotto il burqa. Hanno filmato
l'esecuzione di un talebano e altri abusi e fatto arrivare clandestinamente il
video in occidente. «L'abbiamo portato a vari media», dice Marina, «Reuters,
Abc Australia, per esempio, e tutti ci dicevano, certo, è bello ma non
possiamo mostrarlo perché troppo scioccante per il pubblico occidentale». Alla
fine l'esecuzione è stata trasmessa all'interno di un documentario da
Channel 4. Questo avveniva prima dell'11 Settembre 2001, quando Bush e i
media Usa hanno scoperto la questione delle donne in Afganistan.
Marina afferma che non c'è differenza con l'attuale silenzio dell'occidente
sulla natura atroce del presente regime dei signori della guerra sostenuti
dall'occidente. Ci siamo incontrati in modo clandestino e lei aveva il viso
coperto per non rivelare la sua identità: Marina è un nome fittizio. «Due
ragazze che erano andate a scuola senza burqa sono state uccise e i loro corpi
abbandonati davanti a casa loro», ha continuato. «Il mese scorso 35 donne si
sono gettate in un fiume con i loro bambini e sono morte per sfuggire a una
battuta di stupri di capimilizie. Questo è l'Afganistan, oggi; i taleban e i
signori della guerra dell'Alleanza del nord sono due facce della stessa
medaglia. Per gli Stati uniti si ripropone la storia di Frankenstein: crea un
mostro e il mostro ti si rivolterà contro: se non avessero costruito e
sostenuto i signori della guerra, Osama bin Laden e tutte le forze
fondamentaliste in Afganistan durante l'invasione sovietica, questi non
avrebbero attaccato il padrone l'11 settembre 2001».
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