IL QUARTO REICH (parte 44a)

in collaborazione con L'INTERNAZIONALE 

 

 

INTERVISTA
«Gli Stati uniti hanno fallito»
Intervista a Marco Calamai, Consigliere italiano dell'Autorità provvisoria
irachena: «Mi sono dimesso perché ho toccato con mano il fallimento della
strategia angloamericana e dei loro alleati, Italia compresa, e per questo
spero che l'Italia esca al più presto da questa situazione. Devono
intervenire le Nazioni unite e l'Europa. Ma la situazione è compromessa»
GIULIANA SGRENA
INVIATA A NASSIRIYA per il Manifesto


 

«Mi sono dimesso dalla Coalition provisional authority (Cpa) perché ho
toccato con mano il fallimento della strategia americano-britannica e dei
loro alleati, Italia compresa, e per questo spero che l'Italia esca al più
presto da questa situazione. C'è uno scollamento completo tra ricostruzione
e processo democratico che non va avanti. La mia decisione non dipende da un
pregiudizio ideologico, altrimenti non sarei venuto qui». Già perché è
venuto? «Per curiosità intellettuale e per capire come la Cpa poteva
contribuire a una ricostruzione democratica», ci risponde.

Marco Calamai, consigliere speciale della Cpa a Nassiriya (uno dei quattro
italiani che ne fanno parte), dimessosi polemicamente domenica, non è nuovo
a esperienze del genere, le più recenti: un anno e mezzo come direttore
dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro, ndr) in Kosovo e poi
sempre per l'Ilo coordinatore dei Balcani e infine come consigliere speciale
dell'Undp in Algeria. Aveva però cominciato come giornalista de l'Unità e di
Rinascita, allora era iscritto al Pci, ma «non ho più una tessera di partito
da vent'anni» precisa e definisce la sua attuale collocazione politica
«genericamente» nell'Ulivo. Le sue dimissioni non mancheranno di alimentare
speculazioni politiche. Abbiamo incontrato Marco Calamai nel campo militare
italiano di White horse, a Nassiriya, dove è in attesa della sua partenza
per l'Italia. Arrivato a Nassiriya l'11 ottobre ha subito verificato le
difficoltà della Cpa che «non era riuscita a far decollare progetti di
ricostruzione. Allora - racconta - ho pensato ad un approccio integrato al
territorio, non concentrato su Nassiriya ma sulla provincia, la periferia
più degradata. Abbiamo cominciato, civili e militari insieme, ad individuare
i problemi, i principali sono le scuole, la sanità e l'acqua. La provincia è
ricca d'acqua, ma è inquinata dai rifiuti e salata, quindi non è
utilizzabile per l'agricoltura, la principale attività della zona.

Ma che cosa non ha funzionato?

La Cpa ha messo in piedi una sovrastruttura burocratica a tutti i livelli,
paralizzante. Si è mantenuto un sistema centralizzato come durante il regime
di Saddam, i ministeri fanno riferimento ai corrispettivi dipartimenti
provinciali, mentre i consigli comunali, anche quelli eletti, sono svuotati
di potere. Quindi per qualsiasi progetto i consigli comunali devono
rivolgersi ai dipartimenti che dispongono degli strumenti per realizzarli,
ma l'inefficienza ereditata dai tempi di Saddam e l'incertezza per il futuro
paralizzano le istituzioni. E poi molti soldi non sono arrivati alle
istituzioni perché sono destinati alle compagnie americane. E tutto questo
ha provocato un forte disagio sociale. Le tensioni negli ultimi giorni prima
dell'attentato sono sfociati anche in scontri tra gruppi sciiti rivali.

Ci sono state anche manifestazioni di protesta davanti alla sede della
Cpa...

Sì, ci sono stati manifestazioni di gruppi di licenziati: si tratta di
lavoratori a tempo, erano stati assunti per sei mesi, nel settore della
sanità e della scuola, ma adesso è arrivato l'ordine di Paul Bremer
(l'amministratore americano, ndr) di sospendere questi lavoratori perché il
bilancio dello stato a fine 2003 presenta un «buco» di 1,5 miliardi di
dollari. E qui la disoccupazione è già altissima.

Voi li avete incontrati, cosa dicono, cosa chiedono questi lavoratori?

Innanzitutto considerano gli italiani diversi dagli americani. Sanno che
l'ordine dei licenziamenti è venuto da Baghdad, c'è uno scollamento tra la
nostra attività e le direttive di Baghdad. Una infermiera, leader delle
donne, chiusa in carcere per quattro anni durante il regime di Saddam, che
ha anche ucciso suo marito e fatto sparire suo figlio, ci ha detto di essere
pronta a tutto. Ho avvertito un crescente malessere e una tensione attorno
alla Cpa, accusata di aver promesso molto e fatto poco o niente. Invece non
ho sentito niente contro i militari italiani e non ho mai avvertito ostilità
nei nostri confronti.

La sua decisione di dimettersi stava maturando da tempo, ma è precipitata
dopo l'attentato?

Sì perché l'attentato ha bloccato tutto, ha reso ancora più difficile
realizzare quello che stavamo cercando di fare. Ora siamo tutti chiusi in
fortini inespugnabili. L'attentato è in qualche modo il risultato della
politica generale della Cpa. Anche se non c'è nessuna connessione tra questa
e l'attentato. L'attentato è stato probabilmente realizzato da qualcuno
venuto da fuori, non so da chi.

Esiste una via d'uscita?

Occorre cambiare strada. Io mi riconosco nel discorso fatto nei giorni
scorsi dal presidente Ciampi negli Stati uniti, deve intervenire l'Onu,
anche se sarebbe meglio un'Onu riformata e l'Europa, ma la situazione è
ormai così compromessa...


 



 

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