Italia sui tank russi
Berlusconi con Putin sul massacro ceceno
A. D.
ROMA - L'Italia è da ieri l'unico paese occidentale che ufficialmente appoggia
senza alcuna riserva la guerra condotta dai russi in Cecenia, sposando in
pieno la tesi secondo cui essa è solo una guerra contro il terrorismo. Non
solo: è anche l'unico paese occidentale che ufficialmente riconosce piena
validità democratica al referendum e alle elezioni farsa che Mosca ha tenuto
nella repubblica secessionista, ottenendone risultati degli delle migliori
elezioni dei tempi sovietici. E' stato Silvio Berlusconi a compiere questo
capolavoro ieri pomeriggio, con un improvvisato quanto passionale e non
richiesto soliloquio con cui si è intromesso tra i giornalisti e il presidente
russo Putin, nella conferenza stampa conclusiva al termine del vertice
Ue-Russia svoltosi a Roma.
In effetti, Berlusconi parlava anche a nome dell'Unione europea, visto che in
quel momento ne rappresentava la presidenza di turno: ma il presidente della
Commissione Romano Prodi prendeva immediatamente le distanze dalle
affermazioni del premier - contestato aspramente anche da Ds, Verdi e Radicali
- ribadendo le preoccupazioni dell'Europa per le violazioni dei diritti umani
in corso in Cecenia.
Putin a Roma trova il suo cavalier servente. Berlusconi davanti ai giornalisti
difende appassionatamente il modo in cui Mosca gestisce l'«affaire Yukos» e la
guerra in Cecenia. «Come me, Putin è perseguitato dalle leggende create da una
stampa ostile». A Grozny «hanno scelto democraticamente di stare con la
Russia». L'«amico Volodja» deve essere rimasto davvero sorpreso, e anche
compiaciuto: non che le parole di Silvio Berlusconi gli risolvano minimamente
i gravi problemi che ha di fronte, però è certo che una difesa così totale e
priva di riserve Vladimir Putin non se la poteva aspettare da nessun leader
occidentale. Ci voleva il presidente del consiglio italiano per sostenere in
un «soliloquio appassionato» (come lo ha definito l'agenzia Reuters) davanti a
esterrefatti rappresentanti dei media di tutto il mondo che Putin è - come lui
- una vittima, un perseguitato dalle «false opinioni» della stampa; e
soprattutto che sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia «si continuano a
diffondere leggende». Si tratti della Yukos o della guerra cecena, Berlusconi
non ha dubbi: «conosco abbastanza bene Putin per garantire io». La giornata
non era iniziata in modo molto felice per il presidente russo, che affrontava
una riunione in due round con i vertici dell'Unione europea: Berlusconi
stesso, in qualità di presidente di turno, ma soprattutto il presidente della
Commissione Romano Prodi e diversi commissari, tutti assai meno di Berlusconi
disposti a «garantire loro» per le azioni della leadership russa, sia sulla
vicenda Yukos (per la quale venivano chieste spiegazioni e chiarimenti con
toni piuttosto bruschi, echeggianti l'agitazione americana degli ultimi
giorni) sia sulla questione dei diritti umani in Cecenia, su cui insistevano
anche le sollecitazioni e le proteste di numerose organizzazioni umanitarie
internazionali.
E Putin da parte sua accusava duramente l'Unione europea di «non fare
abbastanza» sulle questioni che più stanno a cuore a Mosca (il «terrorismo
ceceno», per l'appunto, e la abolizione dell'attuale regime di visti, che
penalizzano gravemente i cittadini russi in particolare nella énclave di
Kaliningrad), nonché di «voler imporre alla Russia misure nocive e
inaccettabili» in materia di mercato dell'energia.
Nonostante ciò, le discussioni con la Ue si concludevano comunque con qualche
accordo secondario, con la promessa di uno studio congiunto per
l'ammorbidimento del sistema dei visti, con una scontata ma importante
posizione comune sull'Iraq e il ruolo dell'Onu e con il consueto impegno ad
andare avanti e ad approfondire i rapporti. Routine, insomma, che doveva
essere presentata ai giornalisti.
Qui però, di fronte all'insistenza dei cronisti nel porre a Putin domande
sulle due questioni «calde» (Cecenia e Yukos), accadeva l'imprevisto.
Berlusconi si intrometteva, presentandosi come «avvocato» del presidente
russo, e parlava per cinque minuti buoni: in maggior parte spesi per accusare
la stampa italiana, «all'85% in mano all'opposizione», di non essere libera e
di condurre sistematiche campagne denigratorie contro di lui; ma in parte
rilevante anche per diventare l'unico leader occidentale schierato a difesa
dell'operato russo in Cecenia. Il premier arrivava a battere il pugno sul
tavolo, affermando che «in Cecenia il terrorismo ha colpito molti cittadini
russi senza che ci fosse una reazione» e addirittura difendendo la validità
democratica delle recenti elezioni e referendum che le autorità di Mosca hanno
tenuto nella repubblica separatista: «Ha partecipato l'80 per cento della
popolazione e l'80 per cento dei votanti ha democraticamente deciso di voler
appartenere alla Federazione russa». Da non credere.
Di fronte a una difesa del genere, Putin è apparso lievemente imbarazzato e ha
ringraziato il suo ospite definendolo «un ottimo avvocato». Ma non si è
ovviamente sbilanciato a restituire il favore parlando dei guai giudiziari del
presidente del consiglio o difendendo l'idea che i media italiani siano in
mano a forze ostili al governo. In compenso Romano Prodi ha avuto buon gioco a
ironizzare («Mi auguro che Berlusconi conosca la situazione della Russia
meglio di quanto mostri di conoscere la situazione della stampa italiana», ha
detto) e ha poi tenuto il punto europeo sulla vicenda cecena, ribadendo che le
informazioni che vengono dalla repubblica caucasica «destano preoccupazione,
più volte espressa in tutti i vertici Ue-Russia».
Aspre critiche all'uscita di Berlusconi sono venute da vari esponenti
politici, Ds Verdi e radicali in primo luogo. Quanto alla vicenda Yukos, il
presidente del consiglio si trova invece in radicale contrapposizione con i
suoi amici americani: ieri la stessa Casa bianca ha definito «estremamente
preoccupante» questa vicenda, che lede in modo serio gli interessi petroliferi
Usa.
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("IL MANIFESTO" 7-11-2003)
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