IL QUARTO REICH (parte 37a)

in collaborazione con L'INTERNAZIONALE 

 

 

22 ottobre 2003
Znet

 

Morendo per McDonald's in Iraq
 



 

Herbert Docena
 


     
 
   

MADRID, 23 OTTOBRE: Lo scorso 13 ottobre a Londra, una conferenza di investitori intitolata "Fare affari in Iraq: mettere in moto il settore privato" era in fibrillazione per la notizia che McDonald's, tra le altre multinazionali, potrebbe cominciare entro il prossimo anno a vendere patatine e BigMac in Iraq. La conferenza di Londra, che ha attratto quasi 145 multinazionali in cerca d'affari, è stata tenuta poco meno di un mese dopo che gli Stati Uniti avevano annunciato il loro grande piano per l'Iraq, un programma che l'Economist aveva annunciato come "un sogno capitalista" che soddisfa "tutti i desideri degli investori internazionali".
 

Se Ronald McDonald taglierà in tempo il traguardo, realizzando così il suo sogno, dipenderà in larga parte dal risultato di una conferenza dei donatori convocata dagli Stati Uniti e che si inaugura oggi qui [a Madrid].

Mentre gli Stati Uniti lottano con difficoltà contro la resistenza popolare a Baghad, nella balsamica capitale spagnola si trovano a combattere anche con le loro sventure finanziarie. I rappresentanti dei paesi creditori e delle istituzioni finanziarie multinazionali si riuniranno per i prossimi due giorni al Campo de la Naciones, per decidere, a porte chiuse, come e quando McDonald's e altre multinazionali potranno finalmente aprire le proprie porte in Iraq.

Come contropartita dell'accesso all'Iraq per le proprie imprese, le ricche nazioni creditrici offriranno centinaia di milioni di dollari per finanziare l'occupazione, per fare in modo che questa prosegua senza ostacoli - abbastanza a lungo perché gli Archi d'Oro [logo di McDonald's, N.d.T.] possano essere innalzati tra il Tigri e l'Eufrate.

Coloro che pagano il prezzo di hamburger e patatine, però, non avranno un posto a tavola.

Cosa c'è in gioco?

In questa conferenza dei donatori, gli Stati Uniti chiederanno alla "comunità internazionale" di finanziare un'occupazione che non posso più permettersi di pagare da soli.

All'inizio gli Stati Uniti speravano che i proventi e le attività del petrolio iracheno, insieme al denaro dei contribuenti, sarebbero stati sufficienti. "Si tratta di un paese che può finanziare la propria ricostruzione in tempi relativamente brevi", ha detto con aria sicura il sottosegretario della Difesa Wolfowitz al Congresso americano prima della guerra, convinto che con il petrolio iracheno sarebbe stato possibile guadagnare dai 50 ai 100 miliardi di dollari nei prossimi due anni.

Il regolare sabotaggio delle condutture petrolifere da parte della resistenza irachena, insieme alla riluttanza ad avviare le proprie operazioni mostrata da una cauta industria petrolifera, non hanno fatto altro che distruggere questi piani iniziali, causando seri problemi di flussi di cassa e una crisi finanziaria tangibile. Edward Chow, ex manager internazionale della Chevron e oggi analista al Carnegie Endowment, ha predetto: "I costi eccederanno di gran lunga quello che le entrate del petrolio saranno in grado di garantire nel breve e nel lungo periodo".

Questo ha costretto l'amministrazione Bush a rivolgersi controvoglia ai propri contribuenti con la richiesta di un finanziamento pubblico di 87 miliardi di dollari, per il quale ha dovuto vincere una resistenza inaspettata da parte del Congresso da lui stesso controllato. Quando è stato finalmente approvato, il finanziamento è stato erogato con un imbarazzante colpo di scena: il denaro speso dovrà essere scambiato con promesse di restituzione e non solo con affabili "grazie".

Prendere tutto il denaro dalle tasche dei contributenti iracheni e americani avrebbe consentito agli Stati Uniti di determinare unilateralmente quali imprese avrebbero ottenuto tutti i contratti per quella che, a 100 miliardi di dollari e passa, è stata definita la più grande opportunità d'affari nella ricostruzione postbellica dal secondo dopoguerra ad oggi. Con le aspettative disattese dalle deludenti entrate petrolifere, e con i contribuenti statunitensi riluttanti a separarsi dal loro denaro, tuttavia, gli Stati Uniti sono stati costretti a rinunciare al proprio diritto esclusivo a partecipare al banchetto della ricostruzione post-bellica.

'Un modo per entrare nell'affare sin dall'inizio'

Armati dell'ultima risoluzione approvata all'unanimità dall'ONU per legittimare l'occupazione, gli Stati Uniti si rivolgeranno alle altre ricche nazioni creditrici e alle agenzie di credito multilaterali, offrendo un'unica attrattiva in cambio del loro denaro: una parte nell'azione.

"Stiamo dicendo loro che non si tratta solo di firmare assegni o mandare truppe, ma di avere un interesse concreto in Iraq, in modo che le loro agenzie governative a gruppi umanitari siano coinvolti in un settore quando un nuovo governo assumerà il potere in Iraq", ha rivelato di recente un funzionario d'alto rango statunitense. "È un modo per entrare nell'affare sin dall'inizio. È la nostra strategia di vendita".

E infatti, i danarosi rappresentanti con le tasche piene e gli assegni pronti che marceranno oggi verso il Campo non prometteranno il loro denaro in cambio di niente. Per dirla con un recente editoriale del Financial Times, "Washington è nei pasticci in Iraq, e ha bisogno di aiuto dai suoi amici. I suoi amici sono pronti ad aiutare, ma chiederanno un prezzo".

Il prezzo viene sotto forma di una tanto attesa garanzia che dia ai paesi donanti la possibilità di accedere alle opportunità d'affari multimiliardarie in Iraq - un posto nell'affare sin da subito, al centro dell'azione. Con il recente annuncio del piano per vendere la maggior parte dei gioielli della corona iracheni a prezzi stracciati, gli altri paesi non possono permettersi di mancare alla svendita del dopoguerra. Se non vogliono essere tagliati fuori, faranno bene a pagare il biglietto d'ingresso, i cui soldi vengono raccolti personalmente dal capo della Coalition Provisional Authority, Paul Bremer, e il segretario di Stato Colin Powell qui a Madrid.

Allora, chi paga?

Le cifre che verranno promesse a questa conferenza dei donatori possono quindi essere viste come un investimento con un ritorno atteso. La portata dell'investimento dipende da quanto grandi saranno i profitti attesi da ogni donatore. Questo a sua volta dipende dalle dimensioni della fetta di torta a cui gli Stati Uniti sono disposti a rinunciare. Coloro che sono venuti a Madrid dovranno fare una relazione alle rispettive capitali, con una risposta alla domanda: la donazione valeva ogni singolo centesimo?

Ciò che non saranno disposti a dire a chi è rimasto a casa, tuttavia, è da dove venga il denaro che hanno appena donato e a chi è stato dato. Nei prossimi due giorni, i rappresentanti inviati a questa riunione si batteranno il petto e presenteranno le loro donazioni come atti di carità nei confronti di quei poveri iracheni martoriati dalla guerra.

La speranza è che la retorica di aiutare gli iracheni a ricostruire il proprio paese possa oscurare il fatto che le persone che pagheranno per l'occupazione non saranno le stesse a trarne profitto. I partecipanti a questa conferenza dei donatori porteranno al tavolo denaro che non è loro, e di cui non dovrebbero poter disporre.

Così, mentre si inaugura la conferenza, è importante elaborare un semplice - anche se non esaustivo - elenco di coloro che pagheranno per la ricostruzione dell'Iraq anziché trarne un profitto. Coloro che saranno costretti a pagare spesso non sono consapevoli dell'uso che si fa del loro denaro; e - come indica l'opposizione alla guerra da parte della maggioranza della popolazione in quasi tutti i paesi - costoro protesterebbero se solo lo sapessero. Chi ne trae un profitto, però, avrà tutto da guadagnare dal tenere la transazione nell'oscurità.

Gli Iracheni: pagare con il proprio futuro

In primo luogo, gli iracheni. Tutte le entrate passate e future dalla vendita del loro petrolio e tutte le attività del patrimonio del vecchio governo depositate ovunque nel mondo sono state consegnate al Fondo di Sviluppo per l'Iraq, creato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma controllato dagli Stati Uniti.

Quel che verrà pagato agli appaltatori scelti dagli Stati Uniti, come Halliburton e Bechtel, a un prezzo fissato da questi ultimi, proverrà direttamente da questo Fondo. Non solo, il Fondo verrà anche usato anche dalla Export and Import Bank statunitense per offrire crediti a qualunque impresa americana che voglia iniziare un'attività in Iraq o che desideri comprare una qualunque impresa di proprietà irachena, che verrà venduta all'interno del massiccio programma di privatizzazione dell'Iraq.

Gli iracheni quindi pagheranno le imprese americane per ricostruire i ponti, gli ospedali, le scuole, i sistemi di irrigazione, le reti elettriche e quasi ogni altra cosa che gli Stati Uniti, spinti da queste stesse imprese, hanno distrutto. Gli iracheni pagheranno inoltre gli investitori statunitensi affinché comprino le imprese che erano prima di proprietà collettiva del popolo iracheno, ma che adesso verranno vendute senza la loro autorizzazione.

Come non hanno avuto voce in capitolo sul bombardamento del proprio paese, tuttavia, così gli iracheni non potranno influire sul modo in cui verrà speso il loro denaro per rimettere insieme i pezzi. Quando due settimane fa alcuni membri del Consiglio per il Governo dell'Iraq (CGI) installato dagli Stati Uniti hanno cercato di protestare per quelli che pensavano essere degli acquisti a prezzi irragionevoli, per esempio, è stato ricordato loro immediatamente quale sia il loro posto nella gerarchia dell'occupazione.

"Se avessimo votato [sulle decisioni di spesa], le avremmo rifiutate", ha detto uno dei membri del CGI. Era del tutto consapevole, ovviamente, che i membri del CGI non avrebbero mai acconsentito a che si votasse contro coloro che li hanno installati al potere.

Coloro che sperano in almeno un minimo di accortezza nel modo in cui il Fondo verrà utilizzato, posso stare tranquilli ascoltando quanto aveva da dire un avvocato di alcune imprese che sperano di fare fortuna in Iraq. Secondo Robert Kyle, avvocato di Washington, il Fondo "verrà allocato secondo un approccio meno formale di quello adottato dalla USAID, che impiega il denaro dei contribuenti statunitensi".

Probabilmente per "meno formale" l'avvocato avrà voluto dire spendere 6 mila dollari per un telefono cellulare che normalmente costa solo 495 dollari al pezzo, 33 mila dollari per un pick-up che generalmente ne costa la metà, e 55 mila dollari per un letto in prigione che generalmente ne costa 14 mila - come mostrano le voci presenti nel bilancio per l'Iraq presentato da Bush, paragonate ai prezzi di mercato correnti per gli stessi articoli.

E non è solo con il loro reddito attuale che gli iracheni stanno pagando gli americani per occupare e ricostruire il loro paese. Anche il loro futuro è stato ipotecato. Solo la scorsa settimana, il senato americano ha votato per convertire da contributi a fondo perduto in prestiti i 10 miliardi di dollari che verranno usati in Iraq. Se la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale decidessero di prestare soldi all'Iraq, anche questi verrebbero accompagnati da clausole restrittive come le condizioni economiche imposte da queste banche.

In altre parole, gli iracheni saranno costretti a prendere a prestito denaro dagli Stati Uniti e dalla banche internazionali senza il loro consenso - e a tassi di interesse e condizioni che non hanno espressamente accettato - al fine di spendere soldi su cose sulle quali non hanno alcuna voce in capitolo.

Un piccolo prezzo da pagare per essere liberati.

I contribuenti: pagare con i propri giorni di lavoro

Ma dal momento che il petrolio e le risorse irachene sono attualmente insufficienti, il Congresso statunitense ha anche appena approvato in maniera riluttante la richiesta di Bush di un finanziamento di 87 miliardi di dollari, il 78 per cento dei quali all'incirca andranno a coprire i soli costi militari. Il senatore Tom Daschle ha lasciato la seduta del Congresso dicendo che i contribuenti americani non possono "continuare a sopportare questo fardello praticamente da soli".

Nel frattempo, ogni americano spenderà 300 dollari per mantere il controllo dell'Iraq. In base a stime indipendenti, questa cifra nel complesso è più che sufficiente per cancellare tutti i deficit che afflingono attualmente i bilanci di molti governi statali; sufficienti per pagare tutti i benefici di disoccupazione del paese per i prossimi due anni; sette volte di più di quanto il governo federale non spenda per le scuole scuole a basso reddito e dieci volte di più di quanto non spenda sulla salvaguardia ambientale.

La conferenza dei donatori qui a Madrid è però in realtà un tentativo di spostare il fardello dai contribuenti americani a, diciamo, quelli di Giappone, Gran Bretagna, Spagna, Francia, Germania, Canada, Kuwait e altri paesi ricchi. Si dice che il Giappone donerà fino a 5 miliardi di dollari, la Gran Bretagna 835 milioni, la Spagna 300 milioni, l'Unione Europea 230 milioni, e il Canada circa 200 milioni.

Questi soldi non sbucano fuori dal nulla. Offrire questi soldi per l'occupazione significa tagliare alcune spese sanitarie qua, eliminare alcune spese per l'istruzione là, magari ridurre i fondi per le politiche abitative qua, eliminare alcuni benefici di disoccupazione là, ecc.

Ogni centesimo speso affinché le grandi imprese possano fare affari in Iraq è un centesimo non speso altrove. È un piccolo prezzo da pagare per essere protetti dai terroristi e dalle loro armi di distruzione di massa.

Civili e soldati: pagare con le proprie vite

Ma mentre i contribuenti americani e di altri paesi ricchi stanno pagando in contanti, altri stanno pagando con le loro vite. Secondo varie stime, sono morti dai 10 mila ai 30 mila civili iracheni; 106 soldati americani e innumerevoli soldati alleati sono stati uccisi durante la guerra e il dopoguerra.

Dopo che niente altri che il capo di Stato maggiore ammette che le forze armate americane sono impiegate ai limiti delle loro possibilità, gli Stati Uniti hanno chiesto ad altri paesi di offreire contributi non-monetari sotto forma di corpi che cercheranno di stabilizzare il paese occupato e renderlo sicuro per la multinazionali come McDonald's. Una volta in Iraq, questi soldati e neo-Gurkha saranno bersagli mobili per gli iracheni che, per qualche ragione incomprensibile, sono abbastanza folli da provare risentimento per l'occupazione e continuare a combattere.

La cosa interessante è che, con alcune eccezioni, la maggior parte di coloro ai quali viene chiesto di fare i bagagli e andare in Iraq sono coloro che farebbero di tutto e andrebbero ovunque pur di avere un lavoro. Nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno corteggiato per di più paesi come India, Pakistan, Bangladesh, Fiji, le Filippine, Tailandia, el Salvador, Honduras, Nicaragua, ecc. affinché inviino le loro truppe in Iraq, cos" che gli stremati soldati statunitensi possano tornare a casa e combattere un altro giorno - in una parte diversa del mondo.

Questi soldati sono contenti di andare in Iraq perché laggiù la loro paga giornaliera sarebbe molto più alta di quella che riceverebbero stando a casa. A livello domestico, uno degli argomenti più forti a favore dell'invio di questi soldati in Iraq è la promessa di dollari - sotto forma di rimesse mandate a casa dai soldati. Questi governi con le armi a tracolla e a corto di denaro sono contenti di madare via i loro ragazzi in cambio di ulteriori aiuti militari e di più forti legami militari con gli Stati Uniti.

Il senatore Edward Kennedy ha affermato che gli Stati Uniti hanno comprato i governi stranieri per indurli ad andare contro l'opinione pubblica dei loro paesi che si oppone alla guerra. Ha detto che circa la metà dei 4 miliardi di dollari che gli Stati Uniti spendono mensilmente in Iraq non vengono contabilizzati dall'Ufficio federale del bilancio.

In questa occupazione, quello che gli Stati Uniti chiedono ai diversi paesi riflette in modo interessante la realtà internazionale: capitale dal Nord, lavoro a basso prezzo dal Sud. Il costo orario [della manodopera] è ovviamente più basso nei paesi in via di sviluppo che in quelli sviluppati.

A chi vanno i profitti?

I sorridenti camerieri del McDonald potrebbero cominciare ad accogliere i clienti nel loro negozio iracheno il prossimo anno - ma solo dopo che la Bechtel avrà riacceso la luce, la Halliburton avrà ricostruito i ponti, la Flour avrà asfaltato le strade, la MCI avrà messo su la rete di telefonia cellulare, il Research Triangle Institute avrà addestrato manager e burocrati, la Abt Associates avrà rimesso in funzione gli ospedali, il complesso militare-industriale e gli eserciti privati avranno ripristinato la sicurezza e la forza multinazionale dei Gurkha avrà pacificato la resistenza.

È meglio che gli iracheni e i contribuenti che stanno finanziando l'occupazione non sappiano a chi vengono costretti a trasferire i loro assegni. La Bechtel ha venduto armi chimiche a Saddam Hussein già negli anno '80 ed è stata accusata di avere gonfiato i prezzi in Massachussetts e in Bolivia. La MCI è stata coinvolta nel più grosso scandalo contabile della storia e non ha alcuna esperienza nella creazione di reti di telefonia mobile. La Halliburton è stata accusata di gonfiare i costi e ha persino risolto con il patteggiamento alcune accuse di frode. La Dycorp è stata accusata di coprire traffico a scopo sessuale. Contro la Flour è stata intentata una causa multimiliardaria per sfruttamento di lavoratori di colore e per aver costretto gli addetti alla sicurezza a indossare la divisa del Ku Klux Klan per attaccare i propri lavoratori.

I risultati aziendali dei beneficiari sono men che lusinghieri. Secondo un report ben documentato che riassume le storie di quelle imprese che hanno ottenuto i contratti, queste sono piene di "eccedenze nei costi, irregolarità contabili, negligenze finanziarie, frodi, bancarotte, sovraccarichi e frodi nei prezzi, profitti ottenuti in modo disonesto, frodi salariali, inganni, corruzioni, violazione delle norme sanitarie e di sicurezza, sfruttamento dei lavoratori e delle comunità, abusi di diritti umani e lavorativi, attacchi ai sindacati, rotture degli scoperi, inquinamento ambientale, irresponsabilità ecologica, atti illeciti, processi penali, cause civili, privatizzazioni di risorse pubbliche, collusioni con dittatori, commercio con regimi in violazione delle sanzioni internazionali, commercio di droga, prostituzione, salari eccessivi per il management, e violazione dell'obbligo fiduciario nei confronti degli azionisti e del pubblico".

Per evitare di indurre in errore quei paesi donatori che stanno cercando di ottenere con sotterfugi dei contratti per le proprie imprese: questo non è l'elenco dei requisiti per gli appaltatori e subappaltatori che sperano di fare affari in Iraq.

Oggi e domani a Madrid si discuterà la direzione che prenderà l'occupazione. In ballo è il futuro del "sogno capitalista" in Iraq di imprese multinazionali come McDonald's. Se il denaro non basta, le forze di occupazione potrebbero semplicemente fare i bagagli nel giro di pochi mesi. Se le nazioni donatrici sganceranno abbastanza denaro, non potranno che essersi assicurate di aver ottenuto il meglio dai loro investimenti.

Se andrà così, allora a coloro che finanziano l'occupazione - gli iracheni, i contribuenti, i soldati e i civili - dovrà come minimo essere offerto un pranzo gratis a base di BigMac, Coca-cola e patatne fritte quando apre il franchise di Baghdad. Sicuramente costoro stanno morendo per assaporare la libertà.

 
Documento originale   Dying for McDonald's in Iraq
   
Traduzione di melippa

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(http://www.zmag.org/Italy/docena-mcdonaldsiraq.htm)

 


 

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